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SI DICE IN PIEMONTESE

A TRUCH E BRANCA

TRUCH era l’antico nome piemontese del biliardo, derivato dal truc francese, ormai in disuso nello stesso significato. Oggi TRUCH è un colpo ben centrato, una sapiente bocciata.

BRANCA è un palmo, cioè la distanza che corre dalla punta del dito pollice a quella del mignolo. Nell’italiano aulico BRANCA vuol dire artiglio, e per similitudine «mano che afferra», Nel gesto di afferrare, la mano si estende in tutta la sua lunghezza. Di qui il BRANCA dei torinesi.

TRUCH E BRANCA significa perciò tra il centro esatto ed una spanna di approssimazione. Si può dare e chiedere un parere, un prezzo, un’informazione «A TRUCH E BRANCA»
Non saranno esattissimi ma possono bastare.

CAR CÔME ‘L FEU

In altre regioni si dice «caro come il sangue o come l’oro».

Gli abitanti del Piemonte conoscono il freddo dei lunghi inverni, il gelo della neve che ricopre le montagne e sanno quanto sia «caro» il fuoco senza il quale non potrebbero sopravvivere.

Già nella più remota antichità la fiamma era sacra e non la si doveva lasciar spegnere.
Più tardi, quando le scoperte dell’uomo resero meno faticoso lo scoccare della scintilla, il fuoco rimase ugualmente prezioso per la scorta di oggetti di cui era necessario provvedersi: pietra focaia, acciarino, esca. In seguito gli zolfanelli misero alla portata di tutti la possibilità di accendere la legna o altra materia infiammabile, ma il detto non perse la sua efficacia.

Oggi se pensiamo al prezzo del combustibile per riscaldamento, possiamo dire che CAR CÔME ‘L FEU é ritornato di sorprendente attualità.

A VENTA NEN DÌ QUATR

A VENTA NEN DÌ QUATR FIN C’HA SIA NEN ANT EL SACH

E’ un insegnamento che ci proviene da un monaco questuante: “Non bisogna dire quattro finché non sia nel sacco.”

Questo fraticello – si racconta – andava di porta in porta ad elemosinare soldi e viveri per i poveri del convento.
Una donna lo chiamò dalla finestra, facendogli capire che desiderava dargli del pane.
Il frate si mise sotto al balcone, allargò il sacco e si mise a contare le pagnotte che vi cadevano dentro: Una, due, tre… disse quattro mentre il pane era ancora per aria e invece di riceverlo nel sacco lo pigliò sulla testa.

Il proverbio è molto usato per invitare la gente a non rallegrarsi avanti tempo, a non fare assegnamento su quanto non si possiede ancora in modo definitivo.

FESSE BRUSE’ J’EUI CÔN LE SIÔLE ‘D J’AÔTRI

Quando si prepara un pranzo, tra le varie incombenze c’è anche quella di pelare le cipolle, bulbi gustosissimi e indispensabili nelle ricette culinarie di quasi tutto il mondo. L’operazione fa lacrimare gli occhi ed è pertanto piuttosto spiacevole.

Finché si piange per le proprie cipolle passi,
ma versare lacrime per le cipolle degli altri è davvero un’esagerazione. Chi va gratuitamente in cerca di guai, prendendosi fastidi per fatti non suoi, senza esserne richiesto, e talvolta riuscendo addirittura sgradito, si fa proprio «bruciare gli occhi con le cipolle degli altri.»
Sarà pieno di buona volontà, ma anche impiccione, un ingenuo e magari anche un formidabile scocciatore.

DËL PENTỘ

E’ forma usata spessissimo; diremmo che per un torinese non c’è espressione altrettanto valida per definire un affare, un lavoro, un oggetto, un’azione di nessun valore: «‘T ses propi ‘n mecanich dël pentộ».

Sei proprio un meccanico del pettine, dice l’amico al collega automobilista che non è riuscito a cambiare una lampadina.

Durante il regno d’Italia, Napoleone fece coniare una moneta da un soldo. Da una parte essa recava la testa dell’imperatore, dall’altra una corona che aveva l’aspetto quasi di un pettine. Il SOLD DËL PENTỘ venne ben presto messo fuori corso e perse valore. Da qui l’espressione usata in segno dispregiativo

A BOCE FËRME

“SPETÔMA A BOCE FËRME”

Se avete assistito ad una partita di bocce avrete notato con quale attesa trepidazione il giocatore segue il cammino della sua palla di legno o di bronzo che “accosta” il pallino, e con quanta ansia osservi la rivoluzione portata nella posizione delle sfere da una “bocciata” ben diretta. L’occhio non mai giudice infallibile e l’arbitro deve misurare con il metro o con il compasso la distanza delle bocce dal pallino a corsa ultimata, quando sono ferme.

Il piemontese di buon senso dice dunque, per ogni caso in cui esista una controversia “Spetôma a boce fërme”.

Non prendiamo decisioni affrettate! Attendiamo che la situazione sia ben definita. Poi sceglieremo il da farsi.

FÉ NA FIGÜRA DA CICOLATÉ

Questo detto si usa correntemente; è entrato anche nel linguaggio italiano a significare «fare una figura ridicola.» La sua origine è prettamente piemontese.

Nel 1800 la gente andava a piedi, qualcuno possedeva un cavallo per spostarsi da una località ad un’altra, pochissimi avevano una carrozza. Essere proprietari di un tiro a quattro era molto più che oggi, avere l’aereo personale. In pratica tale privilegio apparteneva soltanto al sovrano.

Verso il 1823, durante i primi anni del regno di Carlo Felice, un cioccolataio arricchito acquistò cocchio e cavalli e con essi prese a pavoneggiarsi per le strade di Torino. L’ostentazione irritò il monarca, il quale ordinò al suddito di astenersi da inopportune esibizioni: «Lui, re di Sardegna, di Cipro e di Gerusalemme, uscendo in città con la sua quadriglia, non voleva fare una figura da cioccolataio».

CŎME ‘L CAN DĖL BRUMET

T CAPITA CŎME ‘L CAN DĖL BRUMET

Nei dintorni di Torino viveva una famiglia di piccoli artigiani: i Brumet. 
Quando il lavoro era poco, il cibo scarseggiava per tutti i componenti. In quanto al cane, gli rimanevano i minimi avanzi ed una fame sempre più acuta. I un periodo di carestia i Brumet ebbero come desinare una magra polenta. Il giorno dopo, per pulire il paiolo, lo riempirono d’acqua e lo lasciarono all’aperto, in modo che i grumi attaccati all’interno del recipiente si sciogliessero. L’affamatissimo cane ‘D MỘNSSU’ BRUMET, scorgendo quei miseri e per lui preziosi resti, rimase un po’ in dubbio, quindi trangugiò penosamente tutta l’acqua per arrivare alle croste di polenta e divorarsele.

Come il cane del Brumet, molto spesso per raggiungere un risultato che sta a cuore, si è obbligati ad inghiottire amari bocconi.
In italiano si dice «ingoiare dei rospi» con identico significato.
Talvolta è necessario fare come il cane del Brumet; subire prima il peggio per poi avere il meglio. Tutto sta nel non superare certi limiti.

AVEI ËL CASSUL AN MAN

Per i piemontesi «avere il mestolo in mano» significa dirigere, spadroneggiare, ma sempre nell’ambito familiare.

la madre dello sposo attendeva la nuora sulla soglia con il mestolo in mano, quasi fosse uno scettro, e glielo porgeva per dimostrarsi pronta a cedere il governo della casa. La nuora, sempre secondo la prassi, rinunciava gentilmente e la suocera rimaneva la vera padrona della famiglia.

Con un simile inizio, purtroppo, diventava inevitabile che spesso si dicesse: 
«MADONA E NORA TEMPESTA ‘D SÔTA E ‘D SÔRA»: “Suocera e nuora tempesta sopra e sotto”, e che il mestolo, anziché per atti di cortesia formale, venisse impugnato con ben altre intenzioni.

VATE FE’ ‘MPICHE’ A TURIN

Nato fuori Torino, ma usato comunemente anche in città, questo modo di mandare al diavolo qualcuno può essere spiegato con un brano del libro Cuneo di Pietro Camilla. Nella redazione manoscritta degli Statuti di Cuneo del 1380, la più completa rimastaci, la pena di morte é comminata per alcuni reati più gravi. I cuneesi erano però brava gente e non facevano lavorare i boia. Preoccupato per l’inutile spesa, il vicario, dopo aver chiesto parere al Consiglio generale dei capi di casa, ordinò al Chiavaro di licenziare il boia.
«Se ne avremo bisogno ci serviremo di quello di Torino».

Non molto tempo dopo, capitò, nonostante la clemenza usata, di dover proprio condannare un ribaldo alla pena capitale.

Interpellato, il boia di Torino chiese 700 lire. Una cifra superiore allo stipendio annuale del vicario.
Questi ebbe un sussulto, chiamò il Chiavaro e gli disse:
« CH’A PIJA ‘L CÔNDANA’, CH’A J DAGA DÔSENT LIRE E CH’A J DISA CH’A VADA FESSE ‘MPICHE’ A TURIN!».

ËL GIGÈT

Come spiegare questo detto, così profondamente torinese, che sta ad indicare uno stato euforico così complesso? Possiamo farlo con le parole del grande poeta dialettale scomparso nel 1945, Nino Costa.

In una sua opera, intitolata appunto !El gigèt!, così egli definisce questo guizzo che si accende all’improvviso nella mente delle persone; scintilla, allegro chiacchierio, desiderio di gioiagrazia birichina, buonumore,

Uno spirito folletto più sottile di una lama, più vivo di una fiamma…

Tutto questo è ËL GIGÈT.

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